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Ritratti: Ryan Gosling

Scritto da il_Noumeno on . Postato in Cinema e serie tv

Ryan Thomas Gosling nasce a London, Ontario trentadue anni fa. 
Figlio di genitori mormoni, Ryan diventa presentatore, cantante e ballerino del Mickey Mouse Club a soli 13 anni, alternandosi sul palco con Christina Aguilera, Britney Spears e Justin Timberlake. Sull'onda del successo di quella esperienza ottenne ruoli importanti in alcune produzioni televisive, abbandonando anche il college per trasferirsi due anni in Nuova Zelanda per girare Young Hercules.

Dopo un paio di ruoli minori in produzioni cinematografiche, fece il suo debutto nella Hollywood che conta accanto a Denzel Washington: ne "Il sapore della vittoria" (2000).
L'anno seguente grazie alla parte dello skinhead ebreo di The Believer attira l'attenzione del pubblico e della critica (il film fu presentato al Sundance) imprimendo una duratura e comprovata svolta "indie" alla sua carriera. Niente pop-corn movie, niente film teeny, niente supereroi dei fumetti, solo film indipendenti o diretti da registi "impegnati". Ryan sceglie la strada meno battuta dagli attori della sua generazione, e piazza interpretazioni mai banali in "Le pagine della nostra vita", "Lars e una ragazza tutta sua", "Il caso Thomas Crawford", "Il delitto Fitzgerald" e impressionando positivamente anche in pellicole meno riuscite come "Formula per un delitto". 

Nel 2011 ottiene la consacrazione con l'acclamata interpretazione dello stuntman fuorilegge di "Drive" e il ruolo "politico" ne "Le idi di marzo" di George Clooney facendo parlare molto di sé, tanto a Cannes quanto a Venezia. Piazza anche una convincente prova "brillante" in Crazy, Stupid, Love.

Nel 2012 la Warner Bros lo scrittura per Gangster Squad (con Sean Penn, Josh Brolin, Emma Stone, Nick Nolte), strappa applausi al Toronto Film Festival tornando a recitare, dopo Blue Valentine, con il regista Derek Cianfrance in Come un tuono, e conclude le riprese del nuovo film del regista Nicolas Winding Refn (Only God forgives, in uscita nel 2013) che lo aveva già diretto in Drive.

I progetti attualmente in lavorazione lo vedono impegnato nelle riprese del nuovo film di Terrence Malick, e nella produzione del film che lo vedrà esordire alla regia.

Recentemente anche chi solitamente frequenta i cinema solo per i blockbuster ha iniziato ad accorgersi di questo ragazzo dalla faccia gentile che fa incetta di premi da un paio di lustri; sono fioccati paragoni con Robert De Niro e Marlon Brando, ma l'impressione è quella che tra non molto Ryan Gosling sarà semplicemente Ryan Gosling e non l'erede di qualche icona del cinema hollywoodiano. La speranza è che continui a mostrare questa saggezza nella scelta degli script e delle produzioni, sperando che egli stesso possa rivelarsi un regista di talento... Del resto l'attore, sceneggiatore, produttore, prossimo regista e musicista canadese ha già dimostrato di essere un talento piuttosto eclettico.

 

Ciro

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Ryan Gosling

Scritto da il_Noumeno on . Postato in Cinema e serie tv

Ryan Thomas Gosling nasce a London, Ontario trentadue anni fa. 
Figlio di genitori mormoni, Ryan diventa presentatore, cantante e ballerino del Mickey Mouse Club a soli 13 anni, alternandosi sul palco con Christina Aguilera, Britney Spears e Justin Timberlake. Sull'onda del successo di quella esperienza ottenne ruoli importanti in alcune produzioni televisive, abbandonando anche il college per trasferirsi due anni in Nuova Zelanda per girare Young Hercules.

Dopo un paio di ruoli minori in produzioni cinematografiche, fece il suo debutto nella Hollywood che conta accanto a Denzel Washington: ne "Il sapore della vittoria" (2000).
L'anno seguente grazie alla parte dello skinhead ebreo di The Believer attira l'attenzione del pubblico e della critica (il film fu presentato al Sundance) imprimendo una duratura e comprovata svolta "indie" alla sua carriera. Niente pop-corn movie, niente film teeny, niente supereroi dei fumetti, solo film indipendenti o diretti da registi "impegnati". Ryan sceglie la strada meno battuta dagli attori della sua generazione, e piazza interpretazioni mai banali in "Le pagine della nostra vita", "Lars e una ragazza tutta sua", "Il caso Thomas Crawford", "Il delitto Fitzgerald" e impressionando positivamente anche in pellicole meno riuscite come "Formula per un delitto". 

Nel 2011 ottiene la consacrazione con l'acclamata interpretazione dello stuntman fuorilegge di "Drive" e il ruolo "politico" ne "Le idi di marzo" di George Clooney facendo parlare molto di sé, tanto a Cannes quanto a Venezia. Piazza anche una convincente prova "brillante" in Crazy, Stupid, Love.

Nel 2012 la Warner Bros lo scrittura per Gangster Squad (con Sean Penn, Josh Brolin, Emma Stone, Nick Nolte), strappa applausi al Toronto Film Festival tornando a recitare, dopo Blue Valentine, con il regista Derek Cianfrance in Come un tuono, e conclude le riprese del nuovo film del regista Nicolas Winding Refn (Only God forgives, in uscita nel 2013) che lo aveva già diretto in Drive.

I progetti attualmente in lavorazione lo vedono impegnato nelle riprese del nuovo film di Terrence Malick, e nella produzione del film che lo vedrà esordire alla regia.

Recentemente anche chi solitamente frequenta i cinema solo per i blockbuster ha iniziato ad accorgersi di questo ragazzo dalla faccia gentile che fa incetta di premi da un paio di lustri; sono fioccati paragoni con Robert De Niro e Marlon Brando, ma l'impressione è quella che tra non molto Ryan Gosling sarà semplicemente Ryan Gosling e non l'erede di qualche icona del cinema hollywoodiano. La speranza è che continui a mostrare questa saggezza nella scelta degli script e delle produzioni, sperando che egli stesso possa rivelarsi un regista di talento... Del resto l'attore, sceneggiatore, produttore, prossimo regista e musicista canadese ha già dimostrato di essere un talento piuttosto eclettico.

 

Il noumeno

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Django Unchained

Scritto da Il_noumeno on . Postato in Cinema e serie tv

Inizio chiedendovi scusa per la lunga assenza: a causa dei molti impegni non mi è stato possibile seguire con la dedizione che merita la rubrica che state leggendo.

Oggi ci occuperemo dell’ultima fatica di Quentin Tarantino: “Django Unchained”.

Premetto che non sono un fan assoluto del regista di Knoxville, Tennessee, ma come molti della mia generazione sono cresciuto con le battute di Le Iene e Pulp Fiction (film che ho adorato). A contrario dei tanti che li hanno amati alla follia, invece, ho avuto un attacco di orticaria davanti ai due Kill Bill (in arrivo, il terzo capitolo, a proposito), mentre non mi è dispiaciuto Inglourious Basterds. Non amo le sue elucubrazioni pulp, mentre apprezzo molto la sua capacità di scrittura.

 

Se c’è una cosa che non ho capito di Django Unchained, è come possa venire scambiato per un film razzista. L’invettiva tweettero-natalizia di Spike Lee (American Slavery Was Not A Sergio Leone Spaghetti Western. It Was A Holocaust. My Ancestors Are Slaves. Stolen From Africa. I Will Honor Them.” Ovvero: “La schiavitù non è stata un film di Sergio Leone. È stata un Olocausto. I miei antenati erano schiavi, rapiti dall’Africa. E io li onorerò”). mi aveva davvero fatto preoccupare. A fine ottobre avevo avuto modo di vedere una versione non definitiva del film in lingua originale e ho davvero pensato di essermi perso qualcosa. Finché poi non ho visto nuovamente il film nelle sale la scorsa settimana.

Se potessi vedere una partita dei Knicks accanto a Spike, gli chiederei se davvero pensa che avrebbe avuto senso eliminare anche solo una volta il termine “negro” nello script del suo collega. Lui, che dice di non voler vedere il film, è indispettito per l’uso reiterato del termine “nigger” (99 volte, a quanto pare). Ora, chiunque abbia visto un film di Spike Lee, sa benissimo, che il regista newyorkese non ha mai pensato di risparmiarcelo fin dai tempi del capolavoro “Do the right thing”. E credo sia giusto. Il termine è ancora oggi in uso. Nei ghetti soprattutto, utilizzato, come ci ha insegnato Spike Lee, da molti ragazzi che hanno negli schiavi “rubati dall’Africa” i propri “antenati”. Sarebbe certamente suonato strano se in “Clockers” il termine fosse stato sostituito con “nero” o, peggio, “afroamericano”. Il film avrebbe perso credibilità e autenticità. E il discorso di “Django Unchained” è il medesimo.

Non avrebbe avuto senso utilizzare un termine dentro i confini del politically correct in un film ambientato nel XIX secolo. Polemica sterile, davvero, e credo che le risposte di Jamie Foxx e Antoine Fuqua siano state eloquenti.

Trailer Django Unchained

Tutto ciò premesso, nell’ultimo e decisamente corposo lavoro tarantiniano lo spaghetti western incontra il pulp. Mi sembra che, nonostante le grandissime prove del cast (su tutti Cristoph Waltz, Samuel L.Jackson e Leonardo Di Caprio) i dialoghi non abbiano la stessa incisività, non dico di Pulp Fiction o Le Iene, ma neanche di Jackie Brown e Inglourious Basterds. Le moltissime citazioni lo fanno sembrare un esercizio di stile ai limiti della caricatura in qualche frangente, ma, nel contempo, danno vita alle battute migliori. Certamente è un film girato ottimamente, che ti tiene incollato lo spettatore alla sedia per quasi tre ore. Non ha una tesi, ma la condanna della schiavitù e delle ideologie (sic!) razziste traspare in ogni minuto della pellicola. Ottima la colonna sonora.

Alla prossima,

 

ciro

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Anteprima - I primi film del 2013

Scritto da il_noumeno on . Postato in Cinema e serie tv

Ecco la prima parte di una brevissima guida ai film più attesi della prima parte del 2013 che ho avuto modo di vedere in versioni spesso non definitive e, in qualche caso, incomplete.

Al primissimo posto, metto certamente "Gangster Squad", in uscita il prossimo 21 febbraio.
Un cast semplicemente straordinario, che mette insieme uno dei giovani attori destinati ad entrare nell'olimpo hollywoodiano, Ryan Gosling, la celeberrima maschera di Nick Nolte, l'affidabile Josh Brolin, la sempre più convincente (dopo The Help) Emma Stone, gli ormai consolidatissimi Giovanni Ribisi e Michael Peña, il caratterista "irish" Robert Patrick, la stella Sean Penn, diretti dal talentuoso regista Ruben Fleischer (Benvenuti a Zombieland e 30 minutes or less).
Un'opera corale che prende ispirazione dalla storia del boss della mafia di Los Angeles Mickey Cohen (S.Penn) e dalla task force della LAPD istituita sul caso. La sceneggiatura, firmata da Will Beal, è tratta dalla serie di racconti di Paul Lieberman "Tales from the Gangster Squad" pubblicati dal Los Angeles Times.
Le atmosfere richiamano immediatamente alla mente le immagini del film "L.A Confidential," del videogame "L.A Noire" e del capolavoro di De Palma "Gli Intoccabili".
Auspicando che la Warner Bros abbia desistito dall'idea di eliminare una delle scene madre del film (una smitragliata nel celebre Grauman's Chinese Theatre) a seguito della recente strage di Denver alla prima dell'ultimo Batman di Nolan (pare che la decisione finale sia stata quella di rigirare la scena), vi invito, comunque, a non perdere il film in questione. 



Grande attesa anche per "Looper - In fuga dal passato" con il "nolaniano" Joseph Gordon-Levitt, la star Bruce Willis e la brava Emily Blunt.

Un action fantascientifico dalla sceneggiatura non certo esile, diretto da Rian Johnson, è stato acclamato da critica e pubblico all'ultimo Toronto Film Festival.
La vicenda si svolge negli Stati Uniti in un arco di tempo che va dal 2044 al 2074. In un paese devastato dalla crisi economica e dalla crescita esponenziale delle attività delle organizzazioni criminali, in cui, grazie ad una mutazione genetica, è diventato possibile, per una parte della popolazione, il viaggio del tempo, ha preso piede la prassi di "far sparire" nel passato persone invise alle mafie. Joe (Gordon Levitt) è un "looper" (un killer che uccide persone che gli vengono inviate dal futuro) al soldo di un sodalizio criminale del Kansas, che svolge con profitto la sua attività, fin quando non riconoscerà nel suo obiettivo se stesso invecchiato di trent'anni.
Un film di fantascienza con tematiche filosofiche/ontologiche (in questo senso Matrix sembra essere un link immediato), in uscita, distribuito da The Walt Disney Company, il prossimo 31 gennaio.

 


Nella prossima "puntata" troverete notizie sull'ultima fatica tarantiniana "Django Unchained" e sul biopic "Hitchcock".

Alla prossima, 
ciro

- Fine della prima -

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Anteprima - Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore

Scritto da il_noumeno on . Postato in Cinema e serie tv

Inizio questa recensione come dovrei terminarla: se siete tra coloro che ancora si emozionano quando in sala spengono le luci, che amano le storie, buoni dialoghi e attori di talento, questo fine settimana fatevi un regalo e andate a vedere l'ultimo film di Wes Anderson, Moonrise Kingdom.

Il regista texano di nascita e newyorkese d'adozione raggiunge i picchi di Rushmore e di The Royal Tenenbaums, con il racconto di "una fuga d'amore" (come recita il sottotitolo italiano) pre-adolescenziale.
Siamo a metà degli anni sessanta quando il piccolo Sam fugge dall'accampamento scout di una piccola isola affacciata sull'East Coast insieme alla sua coetanea Suzy, scatenando le ricerche di tutta la comunità (dai lupetti ai poliziotti, passando per le famiglie).

Può un film con una traccia narrativa così banale, risultare uno dei migliori prodotti cinematografici del 2012? Certamente, a patto che le trovate autoriali ed il cast riescano nell'impresa di tenere incollato lo spettatore alla poltroncina del suo cinema preferito. E con i fedelissimi di Anderson Bill Murray e Jason Schwartzman, la bravissima Frances McDormand in Coen, il redivivo Ed Norton, un Bruce Willis maestoso, più una schiera di giovanissimi e talentuosissimi interpreti, si può tranquillamente affermare che sia proprio questo il caso.

Questa ultima fatica di Anderson (in realtà penultima, visto che mentre scrivo è già in produzione il nuovo The Grand Budapest Hotel) nonostante ripercorra alcuni temi classici del suo cinema (famiglie disfunzionali, personaggi sgangherati, bambini-adulti e adulti-bambini) nasce in maniera opposta ai suoi lavori precedenti. Wes ha spiegato a Cannes di aver ribaltato il suo personalissimo processo creativo; se nei suoi lavori precedenti erano stati i personaggi a dar vita alla storia, in Moonrise Kingdom si è partiti dalla volontà dell'autore di sviscerare il "naturalissimo" tema del primo amore. Ed anche la fotografia (del fido D.Yeoman) ha virato in questo senso: abbandonati i toni sgargianti dei suoi film precedenti, le immagini, specie per quanto concerne le scene con Suzy e Sam (Kara Hayward e Jared Gilman) appaiono molto meno artificiose di un tempo. Tutto per conferire alla storia dei due giovani protagonisti leggerezza, naturalezza e purezza. Si spiega così anche la scelta di girare in 16 mm: ma se da un lato il film appare sgranato come un filmino delle vacanze in super 8 (effetto certamente voluto, vista l'ambientazione anni sessanta) dall'altro questo tipo di pellicola sembra restituire perfettamente allo spettatore quell'ambientazione fiabesca nella quale viene catapultato sin dai primissimi frame.

Una pellicola in grado di emozionare e commuovere, ma che ha il grande merito di farlo con una leggerezza poetica davvero straordinaria.
Arriva in Italia grazie a Lucky Red che ha puntato forte sul titolo dopo il successo di Cannes. Pietra miliare del nuovo cinema indie americano, assolutamente consigliato.

A presto,

ciro - il_noumeno

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