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Recensione Cogan - Killing them softly (2012)

Scritto da il_noumeno on . Postato in Cinema e serie tv

Cogan - Killing them softly

Spinto dalle critiche "feroci" (per utilizzare un aggettivo importato dall'Umbria e di gran moda a Roma nell'ultimo anno e mezzo) lette sul forum, ho deciso di dedicare queste righe all'ultimo lavoro del regista neozelandese Andrew Dominik: Cogan - Killing them softly, uscito nelle sale in Ottobre.

Dominik sceglie di tornare a lavorare con Brad Pitt dopo il buon esordio hollywoodiano del 2007 rappresentato da "L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford" (secondo lungometraggio, dopo l'adrenalinica opera prima "australiana" Chopper, nel quale ha narrato le vicende del gangster Mark "Chopper" Read), ispirandosi al romanzo noir del 1974 "Cogan's trade" di George V.Higgins, e firmandone, come sempre, anche la sceneggiatura.

La storia, rispetto al romanzo che l'ha ispirata, viene adattata al nostro secolo, precisamente ai giorni dell'epocale cambiamento che a fine 2008 spostò il potere in America dalle mani insanguinate di George Bush a quelle, dell'appena rieletto, Barack Obama, e narra le vicende di Frankie (un truffatore) e Russel (un tossicodipendente con la tendenza a parlare troppo) che vengono assunti per commettere una rapina durante una partita di poker organizzata da uno dei più importanti boss di New Orleans: Markie Trattman (Ray Liotta).

Le vittime della rapina decidono di assoldare "l'enforcer" ("killer e gentiluomo") Jackie Cogan (Brad Pitt) per investigare sull'accaduto e stanare mandante e esecutori.

Ne vien fuori una pellicola, decisamente più ordinaria di Jesse James, ma con un gusto "noir-retrò" che ha l'indiscutibile merito di recidere ogni legame con gli schemi che i film di Tarantino hanno imposto al genere.
Dominik quindi abbandona l'epopea pulp e opta per la tradizione teatrale americana: Cogan-Killing them softly non può non richiamare alla mente l'impostazione della pièce di David Mamet, American Buffalo, che guarda caso esordì al Goodman Theatre di Chicago nel 1975 (ed arrivò a Broadway due anni dopo). Il film è quindi molto più votato alle "parole" che alle "opere". Ma nonostante l'ottimo cast (Pitt, Liotta, Gandolfini, etc) e i dialoghi in stile Mamet, la sceneggiatura risulta comunque poco incisiva. L'interpretazione di Brad Pitt tiene a galla il film. La pochezza della narrazione sembra cedere, quanto volontariamente non saprei dirlo, il passo all'introspezione di Cogan, il cui personaggio cerca di riempire (non sempre con esito positivo) tutti gli spazi vuoti lasciati da uno script statico, dai colori cupi e dalla colonna sonora che, nonostante alcune scelte eccellenti, sembra, in più di un'occasione, non sposarsi al meglio con le scelte stilistiche di Dominik.

Un film certamente non convenzionale, quindi, con un buon cast e un impianto narrativo certamente scricchiolante, ma con alcuni picchi nei dialoghi e nella caratterizzazione profonda (cosa assai rara nei film del nostro tempo) di alcuni personaggi.

 

il_noumeno

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