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Django Unchained

Scritto da Il_noumeno on . Postato in Cinema e serie tv

Inizio chiedendovi scusa per la lunga assenza: a causa dei molti impegni non mi è stato possibile seguire con la dedizione che merita la rubrica che state leggendo.

Oggi ci occuperemo dell’ultima fatica di Quentin Tarantino: “Django Unchained”.

Premetto che non sono un fan assoluto del regista di Knoxville, Tennessee, ma come molti della mia generazione sono cresciuto con le battute di Le Iene e Pulp Fiction (film che ho adorato). A contrario dei tanti che li hanno amati alla follia, invece, ho avuto un attacco di orticaria davanti ai due Kill Bill (in arrivo, il terzo capitolo, a proposito), mentre non mi è dispiaciuto Inglourious Basterds. Non amo le sue elucubrazioni pulp, mentre apprezzo molto la sua capacità di scrittura.

 

Se c’è una cosa che non ho capito di Django Unchained, è come possa venire scambiato per un film razzista. L’invettiva tweettero-natalizia di Spike Lee (American Slavery Was Not A Sergio Leone Spaghetti Western. It Was A Holocaust. My Ancestors Are Slaves. Stolen From Africa. I Will Honor Them.” Ovvero: “La schiavitù non è stata un film di Sergio Leone. È stata un Olocausto. I miei antenati erano schiavi, rapiti dall’Africa. E io li onorerò”). mi aveva davvero fatto preoccupare. A fine ottobre avevo avuto modo di vedere una versione non definitiva del film in lingua originale e ho davvero pensato di essermi perso qualcosa. Finché poi non ho visto nuovamente il film nelle sale la scorsa settimana.

Se potessi vedere una partita dei Knicks accanto a Spike, gli chiederei se davvero pensa che avrebbe avuto senso eliminare anche solo una volta il termine “negro” nello script del suo collega. Lui, che dice di non voler vedere il film, è indispettito per l’uso reiterato del termine “nigger” (99 volte, a quanto pare). Ora, chiunque abbia visto un film di Spike Lee, sa benissimo, che il regista newyorkese non ha mai pensato di risparmiarcelo fin dai tempi del capolavoro “Do the right thing”. E credo sia giusto. Il termine è ancora oggi in uso. Nei ghetti soprattutto, utilizzato, come ci ha insegnato Spike Lee, da molti ragazzi che hanno negli schiavi “rubati dall’Africa” i propri “antenati”. Sarebbe certamente suonato strano se in “Clockers” il termine fosse stato sostituito con “nero” o, peggio, “afroamericano”. Il film avrebbe perso credibilità e autenticità. E il discorso di “Django Unchained” è il medesimo.

Non avrebbe avuto senso utilizzare un termine dentro i confini del politically correct in un film ambientato nel XIX secolo. Polemica sterile, davvero, e credo che le risposte di Jamie Foxx e Antoine Fuqua siano state eloquenti.

Trailer Django Unchained

Tutto ciò premesso, nell’ultimo e decisamente corposo lavoro tarantiniano lo spaghetti western incontra il pulp. Mi sembra che, nonostante le grandissime prove del cast (su tutti Cristoph Waltz, Samuel L.Jackson e Leonardo Di Caprio) i dialoghi non abbiano la stessa incisività, non dico di Pulp Fiction o Le Iene, ma neanche di Jackie Brown e Inglourious Basterds. Le moltissime citazioni lo fanno sembrare un esercizio di stile ai limiti della caricatura in qualche frangente, ma, nel contempo, danno vita alle battute migliori. Certamente è un film girato ottimamente, che ti tiene incollato lo spettatore alla sedia per quasi tre ore. Non ha una tesi, ma la condanna della schiavitù e delle ideologie (sic!) razziste traspare in ogni minuto della pellicola. Ottima la colonna sonora.

Alla prossima,

 

ciro

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