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Vicolo ceko

Scritto da Daniel Faraday on . Postato in As Roma Media

Ci vuole davvero un cuore grande come un pallone aerostatico alla deriva per mettersi davanti allo schermo oggi per la partita di Bologna. I risultati - e persino le prestazioni - non vengono mai per caso: sono conseguenza del lavoro settimanale e dello stato di coesione del gruppo, rispecchiano questi due valori, spesso più di quello tecnico. Stamattina quindi, con tutta sincerità e con spirito realista, alla parola 'Bologna' sembra più facile accostare il nome di Rudi Voeller che quello di Lucio Dalla. 
Logica vulcaniana prima ancora che presagio da romanista in fase down. 

Ma non è Bologna-Roma il problema, se anche dovessimo perdere, così come non sarà la soluzione, se prendiamo punti.

Il vicolo in cui mi pare evidente che ci siamo ficcati - quasi con ostinazione - è di quelli ciechi (sempre che il Baldini così molle di questi tempi non preferisca parlare di "non vedenti"..) perché dopo le ultime parole di Zeman, s'impongono due sole conseguenze: o il Boemo ha ragione, e allora la carta bianchissima che, a modo suo, con la rozza dialettica che conosce (e che passa sempre e solo dalle prime pagine dei giornali e dalla messa in scena del suo personaggio di Grande Martire), va richiedendo da tempo, gli va finalmente consegnata, oppure l'ex tecnico di Pescara e Foggia va allontanato subito da Trigoria.
Questa seconda soluzione sarebbe davvero uno scherzo del destino, se pensiamo che sono 14 anni che la Roma non esonera un allenatore, e che l'ultimo fu proprio il Boemo. Paguro della moneta (lira o euro che sia) o martire della causa come un Capitano da Titanic? Ognuno decida la sua.

Di certo, si fa dura tenere un allenatore che ti ha sputtanato in tutti i modi possibili e immaginabili, dando al mondo (e agli sponsor…e agli allenatori cui potrebbe essere offerta la panchina di Trigoria..) un'immagine di Roma che manco Nino D'Angelo con Napoli o Riina con la Sicilia Bedda: indisciplinati, senza regole, scansafatiche, fiacchi. Roba che la Lega ci si fa una pippa.

Poi però senti parlare Lo Monaco - che, può piacere o no, ma l'anno scorso ha lavorato 300 giorni fianco a fianco con i protagonisti della nostra storia (o reality show) - e ti accorgi che cerca di dirti qualcosa. Non che i giocatori non lavorino abbastanza; non che non seguano gli allenatori: qualcosa di più sottile e complesso. 
Che cosa dice Lo Monaco? Voi cosa avete capito?


Le parole di Daniele Lo Monaco a Retesport

Io ho capito che se i giocatori non si fidano di un allenatore (o cessano di fidarsi), viene meno la loro dedizione totale alla causa, e che, pensando che i metodi siano sbagliati o che si sia in mani inadeguate, essi preferiscano tutelare il proprio corpo (pur sempre la mano del pittore..) e il proprio nome, difendendo entrambi ora da allenamenti di stampo sovietico ora da impostazioni tattiche ammazza-reputazione.

Qualcosa, comunque, c'è. E su questo - gestione del gruppo e dell'allenatore - prima che sul mercato, deve lavorare la società, imho. Perchè se anche arriva Cristiano Ronaldo, siamo sicuri che lo sappiano gestire? Siamo un ambiente pronto ad accogliere e far fruttare i semi migliori?
Perché forse è questa la scatola nera della Roma Anni Dieci..

Questo, per ammettere che qualcosa di vero c'è, nelle parole di Zeman. 
La colpa eterna del Boemo, purtroppo, è quella di lavare i panni sporchi davanti alle telecamere. Sta facendo l'ultima incetta di prime pagine, prefigurando un futuro fatto di Licate e Barcellona Pozzo di Gotto oppure, forse, la mazza ferrata è l'unica soluzione dialettica che conosce?
Pensavamo fosse Yoda e invece era Celentano?
In questo caso, staremmo parlando di nient'altro che di un tecnico di serie B incastrato in una figura più grande di lui, e che altro non può fare, per pura inadeguatezza. O semplice incapacità di dialogo. O terrore del mondo, e conseguente ostentazione del disprezzo per il lavoro degli altri ("Mister, ha visto giocare la Roma dell'anno scorso?" "Poco.")

Perché, in fondo, di ZZ, il lato tecnico si salva sempre, ma un allenatore è 50 campo e 50 scrivania, non si scappa, e il Boemo dal punto di vista gestionale pare davvero rimasto ai tempi e metodi dell'Unione Sovietica, coi suoi terribili gradoni, le sue mostruose ripetute e il suo umanissimo tatto per la psiche del singolo. Come se in 20 anni, a questi livelli, non sia cambiato molto, se non tutto. 
I calciatori da semplici atleti sono diventati aziende, hanno una reputazione internazionale da alimentare e difendere e un corpo che dà da mangiare a famiglie intere (staff, ufficio stampa, procuratori, sponsor, ecc.); gli altri allenatori - gli avversari di Zeman - oggi prima di giocare una partita l'hanno già giocata 1000 volte al simulatore, e di ogni romanista sanno tutto, quanto corre, dove corre, quanti km fa, dove si muove ecc., e quindi, quando la partita comincia, in realtà ne sta iniziando un'altra, alla quale Zeman deve saper controbattere. Con altre mosse. Ai tempi di Rambaudi e Winter, probabilmente, non era così. Nessuno sapeva chi eri, e travolgere il mondo era conseguenza del tua avanguardismo. Ma il tempo passa, e il linguaggio delle avanguardie finisce nelle pubblicità di pannolini.
Zdenek Zeman: e se fosse uno Zarate della panchina?

Mi viene in mente LE, qui. L'Asturiano e il Boemo, Lucho e Sdengo, LE e ZZ .. Due errori, non c'è dubbio. Il primo, "magnifico" se pensiamo che comunque incarna la filosofia della Modernità, ma che pure ti fa chiedere con rabbia se la sua vera vocazione non sia quella del ciclista, basta vedere (sul suo sito) come passa le sue giornate, da 6 mesi a questa parte, quando un giovane allenatore di calcio, al suo posto, si sarebbe già fatto il giro delle cattedre di tutti i migliori tecnici d'Europa, secondo un naturale aggiornamento professionale.

Fatto sta, che il calcio incarnato da LE aveva uno spessore oggettivo. Forse, addirittura, rappresentava l'evoluzione proprio del calcio di ZZ…Infatti è lecito chiedersi se il calcio zemaniamo altro non sia - volendo farla semplice - che un ramo secco del calcio olandese, laddove quello incarnato da LE e dal Barcellona di oggi, ne costituisce l'evoluzione.

Al netto delle differenze più evidenti - orizzontale/verticale, possesso palla/ossessione porta, kindergarden/sturmtruppen, girotondini/gradoni - la spia del vecchio DNA calcistico comune si accende ogni volta che vedi le mille occasioni da gol gettate al vento e i mille contropiede lasciati col tappeto rosso alle gazzelle avversarie, o i gol fatti/presi a inizio gara o nei secondi tempi, sintomo di una squadra sempre molto arrembante, giovane e allegra, poco incline all'uso della ragione, dell'arte predatoria dell'Attesa come della dote adulta della Cautela.
Una squadra maledettamente ingenua. Quasi orgogliosa della propria fragilità.

Con la sua Verticalità esasperata, il calcio di Zeman mi pare collegato (come teoria..) a quello del Barcellona di Cruyff, che non a caso imperversava negli anni della Gloria Boema, i primi '90, volando sull'asse ideale Koeman-Romario.
Poi però, quel tipo di calcio, ha conosciuto una crisi, anche lunga, da cui il Barcellona (grazie a Van Gaal, prima, e a Guardiola, poi,.. come si sono accorti a Monaco di Baviera…) si è saputo riprendere con due modifiche fondamentali: l'estremizzazione del concetto di possesso palla e l'adozione di una gestione soft del corpo dell'atleta. 
Fuori dal campo, quindi, allenamenti più leggeri, in armonia con gli anni Duemila, gli anni della globalizzazione, delle tournèe e dei jet lag. Tutte cose che i giocatori di Pescara e Foggia, non sanno manco cosa siano.
Sul campo invece, l'Orizzontalità (e l'esaltazione della tecnica sulla corsa) è diventata l'arma necessaria, la risposta - sadica - al paradosso di come possa fare gol un avversario che non possiede mai il pallone.
Se le cose stanno davvero così, i difetti eterni del calcio zemaniamo, allora, sono già stati compresi e superati dalla formidabile scuola catalana-spagnola. Ma questa è soltanto un'idea. Più concreto ammettere che lo scarto decisivo tra LE e ZZ, alla fine, si deve a un quarto di finale giocato a Firenze piuttosto che allo Juve Stadium.

Ma la vera differenza tra Asturie e Boemia, sta nell'aspetto gestionale, dove l'anno scorso, almeno fino alla fatal Bergamo, vigevano coesione, unità d'intenti, lealtà. Insomma, le conseguenze del lavoro di un esordiente 40enne che si prendeva pubblicamente tutte le responsabilità rispetto a quelle del lavoro di un 65enne che deve ancora ammettere un proprio errore, fosse solo in una partita.
E qui torniamo a Lo Monaco, e alla gestione del gruppo. 
L'atteggiamento di LE ha prodotto mostri come i famosi 3 minuti di Bergamo, e oggi ci appaiono i fantasmi evocati da Zeman: dobbiamo credere che un anno fa siamo morti di regole mentre oggi, di regole, non ce ne siano affatto?

Qui il fuoco si sposta verso l'uomo che, di LE e ZZ, è il responsabile e che, più di altri, si trova nel vicolo cieco. Baldini, ovviamente.
Il discorso si farebbe lungo. Non saprei esattamente cosa dire e sta per cominciare una partita che ho zero voglia di vedere.
Forza, Roma.